Ott 23rd, 2009
Conoscere il coaching
Possiamo dividere i libri in due categorie: quelli che si leggono e quelli che si usano. Questi ultimi, a loro volta, si possono usare per pareggiare le gambe di una sedia rotta o arredare il salotto, oppure come accompagnamento e supporto nel proprio lavoro (o nel proprio hobby, eventualmente). Ecco, Diventare coach di Luisa Adani e Marina Fabiano è un libro che si usa, e non per pareggiare le sedie.
Già in copertina ci sono indizi incoraggianti: dal titolo risulta assente la parola “Come”, e il sottotitolo non garantisce il numero esatto di passi da compiere per realizzare il predetto “come”. In altre parole: il libro non si intitola “Come diventare coach in 5 tappe”, ma si limita a preannunciare una indefinita serie di non meglio identificate “pratiche e strumenti” da utilizzare “passo dopo passo”. Nessuna formula magica, nessuna promessa di un successo certo e facile: solo la traccia di un cammino in continuo divenire. Come è, appunto, il coaching. E poi c’è quel verbo: diventare. Non c’è scritto “imparare il coaching”, ma “diventare coach”: non si tratta di apprendere un mestiere, ma innanzitutto di trasformarsi come persona che si pone verso altre persone. Quando apri il volume, poi, scopri che il libro non comincia dall’inizio, ma…
Quando apri il volume, poi, scopri che il libro non comincia dall’inizio, ma… prima ancora. Cioè: non dalla Prefazione – che pure non manca – bensì dalla Pre-Prefazione: una testimonianza di coaching vissuto, sotto un titolo provocatorio. Forse che il coaching non è soprattutto pratica, che nasce nel contesto quotidiano, nel e dal confronto con persone prese tra la spinta del voler fare e i vincoli delle procedure pre-costituite (non solo aziendali)?
Insomma, il libro non è nemmeno cominciato e già ha raccontato qualcosa di importante sul coaching: non a parole, ma tra le righe, con i fatti. E dal primo capitolo in avanti continuerà a farlo: storia (un po’) e pratica (soprattutto) della professione del coach, raccontata in ordine cronologico dal primo contatto preliminare (ebbene sì: Adani e Fabiano sono riuscite a fare una pre-prefazione anche qui, con il capitolo 2…) ai saluti finali. C’è scritto come agire, ed è scritto “da coach”: un esempio a caso può essere quello delle pagine 103-104, dove la maggior parte del testo consiste in elenchi di possibili domande adatte a determinate situazioni. In altre parole, propone una rosa di possibilità, mostrando alcune alternative e stimolandone la ricerca di ulteriori da parte del lettore. Come appunto succede in una sessione di coaching. Per la quale sessione servono anche strumenti operativi, “applicazioni” come si dice in informatica: tra le pagine potete trovare schemi, tabelle, bozze di testi e di contratti (tra coach e coachee). Ampio spazio, come è giusto e doveroso, è dedicato alla dimensione etica e deontologica: la correttezza e l’onestà non sono mai un optional in nessun contesto (o almeno così dovrebbe accadere…), ma nel coaching assumono un’importanza particolare, a motivo dei temi trattati e dell’ambito in cui agisce. Ebbene: sappiate che alla fine della lettura di questo libro, non potrete dire che non lo sapevate.
E se il coaching è conversazione, non manca nemmeno quella: l’Appendice 3 (un libro con due prefazioni non poteva farsi mancare un tot di appendici, ovvio) tratta di “situazioni appiccicose”, cioè “quelle occasioni in cui – come coach – ci sentiamo intrappolati e non sappiamo bene come proseguire il dialogo” (p. 177). L’appendice pone i problemi, e la soluzione deve mandarla il lettore all’indirizzo internet delle autrici. Con il che si ribadisce che questo non è un libro da aprire, leggere disciplinatamente pagina dopo pagina, e alla fine chiuderlo e riporlo: quando cominci a leggerlo non finisci più, letteralmente. E’ un incontro che ha un punto di partenza ma che, se vuoi, ti conduce verso orizzonti aperti e sviluppi imprevisti. E’ un libro che si usa. E’ un libro di coaching.